My Dear Theo

18 settembre 2026

h. 19:00

Concorso Internazionale

Breve Sinossi:

Presentato in anteprima mondiale allo Sheffield DocFest 2026, “My Dear Théo” segue la regista ucraina Alisa Kovalenko che trasforma la sua esperienza bellica in una profonda riflessione sul legame tra madre e figlio. Nel febbraio 2022, di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, Alisa sceglie di onorare una promessa fatta a se stessa: arruolarsi nelle forze armate ucraine per difendere il proprio Paese, lasciando a casa il figlio Théo di cinque anni. Il lungometraggio nasce come un diario di guerra non pianificato, concepito per preservare, tra gli orrori del conflitto, le prove di un amore che non si arrende. Attraverso video-diari intimi e lettere poetiche indirizzate al futuro, la regista cattura la realtà brutale del fronte, alternando il caos dei combattimenti ai momenti sospesi dell’attesa, dove il silenzio diventa più assordante del rumore delle armi. “My Dear Théo” intreccia lo sguardo della madre-soldatessa con la narrazione corale di chi combatte per assicurare un domani alle generazioni future. Un ritratto intimo che mostra cosa significhi resistere sotto le bombe, trasformando il legame indissolubile tra un genitore e un figlio nel più potente atto di sopravvivenza.

TRAILER

Regia:  Alisa Kovalenko
Produzione: Haka Films, Moon Man, Ji.hlava & JB Films
Produttore:  Kasia Kuczynska, Tomasz Morawski
Montaggio:  Kasia Boniecka
Fotografia:  Alisa Kovalenko
Durata: 90′
Paese: Ucraina, Polonia
Anno:  2025

Note di Regia:

Quando ho deciso di arruolarmi nell’esercito di volontari e partire per il fronte, ho portato con me la macchina da presa, pensando che forse avrei girato qualcosa da conservare come ricordo. Ma una volta arrivata lì, la videocamera è rimasta per lo più nello zaino e quello che ho filmato sono stati solo piccoli frammenti. Per me, la cosa più importante era registrare le conversazioni con Théo, perché avesse qualcosa a cui aggrapparsi, un pezzo del tempo che avevamo condiviso. Ho ripreso anche alcuni momenti con i miei compagni. Non c’era però alcuna intenzione narrativa: erano semplicemente scorci, frammenti della nostra vita al fronte. Per questo non ho mai immaginato che quel materiale potesse trasformarsi in un lungometraggio con una vera struttura narrativa. Quando Maryna mi ha chiesto di condividere alcune delle mie riprese, ero scettica. Ma mentre riguardavamo insieme il materiale, mi disse: «In queste immagini c’è qualcosa di davvero speciale». Forse erano speciali proprio perché non erano state girate con l’intenzione di diventare un film. Restituivano piuttosto lo sguardo intimo di una soldatessa: ciò che vedevo, ciò che provavo, ciò che significava vivere quell’esperienza. C’è poi una dimensione più profonda, esistenziale, che la macchina da presa non riesce davvero a catturare. Per me era ancora più importante esprimere ciò che sentivo attraverso la scrittura. Per questo, alla fine, credo che le lettere abbiano un peso emotivo persino maggiore delle immagini. Ne avevo scritte molte: alcune lunghe, altre più brevi, altre ancora erano semplici appunti. Decidere cosa conservare è stato molto difficile. Durante il montaggio ci siamo rese conto che, pur avendo un finale doloroso e attraversato dal lutto, il film custodisce comunque una luce, anche di fronte alla morte. È una luce che dà forza. Nonostante la perdita, volevamo rendere omaggio alla vita dei miei compagni che non sono sopravvissuti e mantenere viva quella luce nella nostra memoria.